Riflessioni di Pasqua (o di primavera)

Rimini via Ravenna, che meraviglia.
Sei del mattino, a Rimini non è neanche freddo, esco dall’ascensore e il portiere dell’albergo mi offre un caffè con quel suo delizioso accento inglese; non ho guardato il giro con troppa attenzione, mi basta sapere che il mio treno è al binario sei e per che ora devo essere lì.
Tante volte ci facciamo un idea delle cose, e su quell’immagine formuliamo delle aspettative, a volte senza neanche verificarne i presupposti.
Da ieri mi ero rassegnata all’idea di dover affrontare un treno pieno che avrebbe caricato pendolari ad ogni stazione per arrivare a Bologna “murato” di gente, ma non mi ero soffermata più di tanto sulla cosa, poi questa mattina arrivata al treno incontro un collega che mi fa notare che oggi è il Sabato prima di Pasqua e da Ravenna il treno non si riempirà come sempre.
Da Ravenna? Nella mia testa dovevo fare un treno murato che passando da stazioni popolose come Cesena, Forlì, Faenza si sarebbe riempito ancora di più, e invece no, passiamo per la tranquilla e mite riviera ed è anche un prefestIvo, che gioia! Niente mi mette di buon umore al lavoro, come un treno vuoto, anzi Sì, qualcosa c’è, un treno vuoto che passa in mezzo alla campagna in primavera.
Non deve essere un caso che la Pasqua si celebri a primavera, le gemme sulle piante, I peschi in fiore, distese di bianco e di rosa, la natura rinasce e porta con sé la speranza, come la speranza degli ebrei in fuga dall’Egitto, come la speranza riposta nell’umanita. Un umanità sporca, corrotta e violenta, squallida e putrida, che non meriterebbe niente, mentre continua a ricevere tutti questi doni ogni giorno.
Questa natura meravigliosa, che si risveglia; una natura addomesticata, che come un cane maltrattato continua comunque a voler bene al suo padrone ingrato, cieco ed ingordo.
Siamo sporchi. Siamo in guerra, tra di noi e con noi stessi. Ipocriti ed opportunisti.
L’Europa si scopre in guerra perché viene colpita. Quanta arroganza, come un duellante che crede di stare giocando fino a quando l’avversario più piccolo e debole riesce ad affondare anch’esso la spada, e lì realizza, in quel momento toccandosi con la mano il sangue che sgorga dalla ferita, lì, capisce che anche l’arma dell’avversario è affilata, che anche lui può ferire, che quello che stanno facendo non è un gioco.
Il grano tinge di un fresco verde scuro i campi e grida: Fermatevi! Guardate i germogli sui rami degli alberi da frutto, non arrivate al punto di non avere più tutto questo!
Impotenti come la plebe medievale, ci riempiamo la bocca di indignazione, mentre i nostri occhi sono assuefatti dallo show, rapiti da questa enorme rappresentazione. “Panem et circenses” per noi, ma per quanto tempo avremo ancora la pancia piena?
La Pasqua racchiude una promessa, l’ennesima possibilitá che ci viene concessa, ma questa promessa non può essere prerogativa dell’occidente, un bambino viziato e prepotente, che non apprezza la fortuna che ha. Per quanto tempo ancora sarà sufficiente il nostro recidivo “non lo faccio più”? Per quanto tempo ancora potremmo evitare le sculacciate?

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Vuoto, alienazione

“Vuoto/
Stato zero moto/
Aspetto lo scatto di una foto/
Che riprenda me è il paesaggio/
Partenza per un altro viaggio/
Vorrei essere un ostaggio/
Vittima di elfi, nani/
Nelle loro mani il mio  futuro/
Scappo da quel drago sul muro/
Che esiste per davvero te lo giuro/
Mi do alla fuga/
Ma corro come tartaruga.”

Ero una ragazzina di quindici, sedici anni quando scrivevo questi versi, non so perché mi tornano in mente ora, mentre il treno percorre una tratta che ripeto anche troppo spesso, penso alla domenica trascorsa in spiaggia e ho in mente questo ritornello. L’appennino scorre dietro ai vetri come la proiezione di una pellicola, abbonamenti, facce note.
A volte non lo sai perché ma alcuni incontri, alcuni discorsi, alcuni odori o qualcos’altro ti riportano ad un certo periodo della tua vita; chissà da cosa vengono richiamati certi ricordi? È qualche giorno che mi tornano in mente episodi lontani, ma tutti legati a quel pezzetto della mia storia, forse perché ora come allora ho voglia di evadere, e mi rifugio come tanti nei libri, nei film, nei racconti; le fiabe infondo hanno questo scopo, oltre al tentativo di trasmettere un insegnamento o una morale, devono far sognare, alienare per un po’, trasportare in un mondo lontano.
Non si può dire che allora fossi spensierata, ma a posteriori i tormenti dell’adolescenza mi fanno sorridere, giornate intere passate sui roller con il vento in faccia, un saluto ai nonni a metà  strada e di nuovo in marcia per le stradine della bassa, tra i verdi campi di grano e i peschi in fiore, aria di primavera.
A Monzuno piove.
Staticitá, forse è questo il  ponte di collegamento, l’esasperato contrasto tra la staticità all’interno del treno e il mondo che sembra scorrere fuori, la strada che scorre sotto le ruote dei pattini mentre i pensieri si cristallizzano. Alienarsi, come quando la macchina percorre la strada di casa, sotto la pioggia e le parole delle canzoni alla radio diventano indistinte.